Quanto male che mi sono fatta con il solo giudizio che mi sono auto messa sopra la testa. Non lo auguro a nessuno.
Ovviamente questo bel minestrone marcio e putrido con cui mi sono fatta le docce era dovuto alle influenze genitoriali.
NOTA: ogni cosa è una medaglia, c’è un lato positivo e l’altro è negativo. Saperle guardare entrambe ti porta alla libertà di visione, di cogliere occasioni e opportunità.
Eh sì, da piccoli si sbaglia ma c’è maniera e metodo su come comunicarlo. Questo è solo un preambolo per farti capire da dove è partito questo giudizio autocostruito ignobile e distruttivo che avevo, e a volte ancora ho, su di me. E ho anche capito perché chi reagiva così lo faceva. Non c’era cattiveria, era un suo modo di difesa e di dimostrare qualcosa.
Diciamo che abbiamo due o tre lati noi: quello pubblico e quello privato. Ho messo il terzo per una seconda vita nascosta, non si sa mai. Sappiamo che appena si varca la porta del lavoro ci si mette una maschera o un atteggiamento consono per il luogo e il ruolo. Come anche quando si parla con le persone: ognuno è differente e ci si “adatta” per chi si ha di fronte. E qui tutto normale, ci sta.
È quando si torna a casa che si sta con sé stessi che diventa critica: chissà se ho fatto giusto, cosa penseranno, perché ho fatto così, potevo fare meglio/peggio, … Parte un treno, qualcosa che non è una ruminazione da overthinker (che fondamentalmente tutti siamo dei fanatici pensatori seriali), che è proprio un autogiudizio che ci facciamo.
Siamo un giudice che ci auto giudica. Un controsenso perché il giudice deve essere estraneo ai fatti, giusto?
NOTA: non lo sai. Non sai niente, né di come andrà, né di come sarà, se succederà, ecc. Dunque non pensarci e goditi il tuo tempo, nel presente.
E questo è solo un esempio di come questa sanguisuga incomincia a succhiare ogni energia e a parlare. Un parassita sempre presente. Mamma che schifo, bleach. E appunto. Fa schifo, mandiamolo via.
Non possiamo realmente mandarlo via, ma si può dire “Adesso no”, “Sono andato/a da dio”, “A me va bene così”, sempre con il presupposto di essere umili e pronti alla crescita.
Non c’è niente di male zittire qualcosa che ci porta a stare male.
Si prende una medicina quando c’è il raffreddore? Si. E quando la testa pensa troppo? Certo! E la medicina è di accogliere il pensiero e anche di farlo zittire. E fai muovere il corpo: fai qualcosa, qualunque.
NOTA: tu non sei i tuoi pensieri. Riporta l'attenzione al corpo e senti che sei presente nello stato fisico
Qui nessuno vuole togliere parti di sé o di te, sono solo da capire, accogliere e poi se ne vanno da sole (sulle ferite emotive, che sono la fonte del nostro volerci male, ci vuole un po' di più, ma ne parlerò).
Come un bambino che frigna: tu sai che lo fa perché è stanco, lui ti dice è perché voleva giocare ancora: lo hai ascoltato, ti fermi, lo abbracci e tempo 2 minuti ronfa.
Poi bisogna capire veramente cosa si pensa di sé, profondamente. Da dove deriva.
Ma è vero il pensiero?
Se si: può lavorare per migliorare. Se no: chissenefrega! Non è un tuo problema. Finché sei stato rispettoso e educato no problem.
Se è qualcun altro che te lo ha fatto credere, guarda chi è questa persona, nel profondo, e valuta tu se ne vale la pena. Ne vale la pena?